Introduzione
Appena metti piede su Ortigia, proprio all’ingresso dell’isola, ti imbatti in un angolo di storia che ti lascia senza fiato. Il Tempio di Apollo, con le sue due colonne superstiti che si stagliano contro il cielo, è il più antico tempio dorico in pietra dell’Occidente greco. Non è uno di quei monumenti perfettamente conservati: è un rudere, ma proprio per questo potente. Siamo intorno al 565-550 a.C., e già qui si costruiva con blocchi di pietra, segnando il passaggio dal legno alla pietra. La sensazione è quella di toccare con mano l’architettura arcaica, con tutte le sue incertezze e la sua audacia. Un tuffo nel VI secolo a.C., a due passi dal mare.
Cenni storici
Costruito all’inizio del VI secolo a.C., il Tempio di Apollo ha vissuto mille vite. Fu chiesa bizantina, poi moschea islamica (ne resta un’iscrizione araba), quindi chiesa normanna del Salvatore, e infine caserma spagnola nel Cinquecento. Riscoperto intorno al 1860 all’interno di una caserma, fu liberato dalle sovrastrutture nei primi del Novecento. Oggi fa parte del sito UNESCO “Siracusa e le Necropoli Rupestri di Pantalica”. Una timeline rapida:
- VI sec. a.C.: costruzione del tempio
- Epoca bizantina: trasformazione in chiesa
- Periodo arabo: moschea
- XVI sec.: caserma spagnola
- 1860: riscoperta
- 2005: UNESCO
Architettura protodorica
Questo tempio è un laboratorio a cielo aperto dell’architettura greca arcaica. Le colonne monolitiche (46 in origine) sono tozze e vicine, con intercolumni irregolari. L’architrave è alto 2,15 metri e ha una sezione a L che nascondeva un’anima in legno. Sul fronte orientale c’era un doppio colonnato, con l’intercolumnio centrale più largo per enfatizzare l’ingresso. La cella era divisa in tre navate da due file di colonne interne, e sul retro un adyton tipico dei templi sicelioti. Un’iscrizione unica sullo stilobate recita: “Kleomede fece per Apollo (il tempio), il figlio di Knidieidas, e alzò i colonnati, opere belle.” Nessun altro tempio greco riporta una firma simile.
Un museo a cielo aperto
Oggi del tempio restano due colonne intere, parte della crepidoma, lacerti murari e l’iscrizione. È visibile da una balconata panoramica perché il piano stradale è sopraelevato. Non si può entrare, ma si ammira benissimo dall’esterno. I pezzi architettonici più belli – terrecotte, sima, acroteri – sono conservati al Museo Archeologico Regionale Paolo Orsi, che consiglio vivamente di visitare per avere un’idea dei colori originali. Lì c’è anche una ricostruzione del tempio. È emozionante confrontare i resti reali con i frammenti al museo, e immaginare com’era quando era tutto dipinto e decorato.
Perché visitarlo
Due buoni motivi: 1) È il più antico tempio dorico in pietra d’Occidente. Un pezzo fondamentale di storia dell’architettura, da vedere almeno una volta. 2) L’iscrizione unica che menziona l’architetto Kleomede: un raro esempio di firma nell’antichità. Inoltre, è gratis e si trova in un punto strategico: arrivi a Ortigia e subito ti accolgonoi resti dell’Apollonion. Perfetto per un selfie storico. E se sei un appassionato di archeologia, è il posto giusto per farti due domande su come si costruiva 2500 anni fa.
Quando andare
Il tempio è all’aperto e visibile sempre, ma il momento migliore è il tardo pomeriggio, quando la luce calda del sole illumina le colonne e le fa risaltare contro l’azzurro del cielo. Evita le ore centrali della giornata in estate, perché il sole è forte e le ombre sono piatte. La primavera e l’autunno sono le stagioni ideali: temperature miti e meno folla. Se passi a Siracusa in inverno, i raggi bassi del sole creano un’atmosfera quasi mistica. Insomma, fermati un attimo, guarda e respira: il tempo si è fermato qui.
Nei dintorni
A pochi passi, sempre su Ortigia, trovi il Duomo di Siracusa, che sorge sul Tempio di Atena (V secolo a.C.). La facciata barocca nasconde colonne doriche all’interno: un’altra stratificazione incredibile. Poi, il Museo Archeologico Paolo Orsi (a circa 1 km, in viale Teocrito) è imperdibile: ospita i reperti del tempio e una ricostruzione. Se hai tempo, fai un giro per le viuzze di Ortigia e arriva fino alla Fonte Aretusa, un’oasi di papiri nel cuore dell’isola. Tutto è vicino, tutto parla di storia.