Villa Melzi d’Eril a Bellagio è un complesso neoclassico costruito tra il 1808 e il 1810 per Francesco Melzi d’Eril, con giardini all’inglese, aranciera-museo e cappella. La villa non è visitabile all’interno, ma il parco affacciato sul Lago di Como si percorre in 1,5-2 ore. Si arriva in battello da Como o in auto lungo la SS583.
• Giardini all’inglese con camelie, azalee, rododendri e piante rare.
• Viale dei Platani e chiosco moresco sul lago.
• Aranciera-museo con cimeli napoleonici e collezioni archeologiche.
• Cappella gentilizia nella frazione di Loppia.
Introduzione: Villa Melzi d’Eril sul Lago di Como
Arrivi a Bellagio e, superato il centro, il lungolago ti porta dritto davanti a Villa Melzi d’Eril: un complesso neoclassico che sembra scivolare nell’acqua. La villa vera e propria, ancora residenza privata e chiusa al pubblico, si mostra solo dall’esterno, con la scalinata a doppia rampa e i quattro leoni in stile egizio. Ma il motivo per cui vale il viaggio è quello che sta intorno: giardini all’inglese con vialetti sinuosi, prati, boschetti e sculture sparse, un giardino orientale con laghetto di ninfee, l’aranciera diventata museo e la cappella gentilizia in fondo al parco. Non è il solito giardino all’italiana ordinato: qui tutto è morbido, ombreggiato, pensato per camminare piano. Il lago, intanto, fa il resto: ogni scorcio ha il Monte San Primo o le Grigne sullo sfondo. Porta scarpe comode e un po’ di tempo: la visita richiede circa 1,5-2 ore.
Cenni storici
La villa nasce per volontà di
Francesco Melzi d’Eril, duca di Lodi e vicepresidente della Repubblica Italiana napoleonica, che nel 1808 affidò il progetto all’architetto
Giocondo Albertolli. La costruzione si chiuse intorno al 1810, mentre gli interni divennero abitabili nel 1813; il parco arrivò dopo, firmato da Luigi Canonica e dal botanico Luigi Villoresi. Morto il duca nel 1816, ereditò il nipote Giovanni Francesco, che completò la cappella; poi toccò a Lodovico e, tramite le seconde nozze di questi con Joséphine Barbò, la proprietà passò ai Gallarati Scotti, che la custodiscono ancora. Negli anni Settanta del Novecento Lodovico Gallarati Scotti aprì tutto al pubblico e creò il museo nell’aranciera, riallestito nel 2021.
- 1808: Francesco Melzi d’Eril commissiona la villa ad Albertolli.
- 1810: costruzione completata; interni abitabili dal 1813.
- 1815: nasce il giardino all’inglese.
- 1816: alla morte del duca eredita il nipote Giovanni Francesco.
- 1837: Franz Liszt soggiorna qui con Marie d’Agoult.
- 1970: apertura al pubblico della villa e dei giardini.
- 2021: riapertura del museo riallestito.
I giardini all’inglese: dal viale dei platani al giardino orientale
Il parco è il primo esempio di giardino all’inglese sul Lago di Como, e si sente: vialetti che girano, dislivelli creati apposta per allargare lo sguardo, prati e boschetti. Si parte dal viale dei platani, potati a ombrello, che costeggia il lago. Qui incontri il chiosco moresco, bianco e azzurro, proteso sull’acqua, con i busti di Ferdinando I e Marianna di Savoia. Poco distante la statua egizia della dea Pacht, accanto a un esemplare di Pinus montezuma, e altre sculture portate dalla campagna d’Egitto. All’ingresso c’è invece l’angolo più zen: il giardino orientale, con laghetto di ninfee, aceri giapponesi, ponticelli, ghiaia e una grotta artificiale con finta rovina firmata Canonica. Tra gli alberi secolari si riconoscono cedri del Libano, sequoie e ginkgo biloba. In primavera sono le camelie, le azalee e i rododendri giganti a rubare la scena.
Aranciera-museo e cappella gentilizia
L’ex serra degli agrumi è oggi il museo Lodovico Gallarati Scotti, su due piani accessibili dal giardino. Sopra, la sezione Arte Storia Natura racconta il fondatore, il cantiere della villa, gli artisti coinvolti e la villeggiatura sul lago; sotto, l’Antiquarium mette in fila reperti romani, greci ed etruschi, ceramiche cinesi e giapponesi, opere Art Déco. Il pezzo che colpisce è la collezione Querini, acquistata dal duca intorno al 1830, con la dea-leonessa Sekhmet, una Venere marina e una ballerina funeraria greca del IV secolo a.C. Nella sezione superiore ci sono anche i cimeli napoleonici: il busto di Napoleone, le chiavi di Milano, i cannoni del 1796. All’estremità sud del giardino, a Loppia, la cappella gentilizia neoclassica di Albertolli: stucchi e affreschi di Angelo Monticelli, il Cristo Redentore di Comolli e i monumenti funerari dei Melzi d’Eril e dei Gallarati Scotti.
Perché visitarlo
Primo: pochi giardini sul Lago di Como ti fanno camminare a pelo d’acqua come questo, con il filare di platani e il chiosco moresco che sembrano galleggiare. Secondo: il biglietto è contenuto e include giardini, museo e cappella, tre cose diverse in una sola passeggiata, dagli scavi archeologici ai cimeli napoleonici. Terzo: è un luogo con una storia precisa, non una cartolina. Qui sono passati Stendhal, i coniugi Percy e Mary Shelley e Franz Liszt, che nell’autunno 1837 ci passò momenti felici e trovò l’ispirazione per la Sonata a Dante davanti al gruppo marmoreo di Dante e Beatrice. Aggiungo un motivo pratico: gli interni della villa sono privati, quindi non aspettarti sale affrescate, ma quello che resta aperto basta e avanza. Accessibilità: sentieri facili e ben tenuti, con qualche leggera pendenza; meglio chiedere informazioni aggiornate per le sedie a rotelle.
Quando andare
Se puoi scegliere, punta su aprile e maggio: azalee, rododendri e camelie sono nel pieno e i prati sembrano dipinti. L’alternativa che preferisco è l’inizio dell’autunno: clima mite, meno folla e il foliage degli aceri del giardino orientale. L’estate è verde e ombreggiata, ma Bellagio si riempie e trovare parcheggio diventa complicato: se capiti in alta stagione, muoviti presto. Quanto al momento della giornata, la luce del tardo pomeriggio è quella che rende meglio: il lago si fa calmo, il filare di platani proietta ombre lunghe e il chiosco moresco si accende. La mattina presto, invece, hai il vantaggio di camminare quasi da solo, con il rumore dell’acqua e pochi visitatori intorno.
Nei dintorni
Finito il giro, vale la pena restare a Bellagio. Dal centro storico sale la salita Serbelloni, una scalinata stretta tra negozi e case colorate che porta al belvedere: è la cartolina del paese. Dall’altra parte, la Punta Spartivento chiude la penisola con una vista aperta sui due rami del lago, con il parco di Villa Serbelloni alle spalle. Se hai tempo, prendi il battello e attraversa: a Tremezzo ci sono i giardini di Villa Carlotta, altro classico del Lario, con la sua collezione di statue e le fioriture di rododendri. Due ville, due stili, due modi di guardare lo stesso lago, in una sola giornata.