Forte Quezzi: ruderi e panorami su Genova

Forte Quezzi è un rudere militare settecentesco sul Colle della Calcinara, a circa 285 m, sopra la Val Bisagno. Restano mura perimetrali, la caserma sabauda e un bastione in pietra, immersi in una pineta con vista su Genova. La visita è libera e gratuita, ma servono scarpe adatte e cautela tra le rovine.
• Storia: progetto di Jacque de Sicre nel 1747, completamento lampo nel 1800 e ampliamenti napoleonici.
• Panorami: viste su Quezzi, Marassi, Staglieno e la Val Bisagno.
• Natura: SIC con il raro tarantolino e sentieri verso Forte Monteratti.
• Accesso: a piedi da Quezzi o Sant’Eusebio, in auto dal Biscione.

Copertina itinerario Forte Quezzi: ruderi e panorami su Genova
Forte Quezzi a Genova: un rudere militare del Settecento sul Colle della Calcinara, tra mura, caserma sabauda e viste sulla Val Bisagno. Accesso gratuito da Quezzi, Sant’Eusebio o Biscione.

Cose da sapere


Forte Quezzi: ruderi e panorami su Genova

Forte Quezzi sta a 285 metri sul Colle della Calcinara e non è uno di quei ruderi addomesticati per i turisti. Ci si arriva tra pini, muri diroccati e silenzio, con la Val Bisagno che si apre sotto. La prima cosa che colpisce è il contrasto: sopra le mura settecentesche, sotto il Biscione con le sue curve lunghe. Non ci sono biglietterie né percorsi segnalati, e forse è proprio questo il suo fascino. Si cammina con prudenza tra pietre, terra e resto di caserma, immaginando i soldati e i lavori d’emergenza del 1800. La visita è gratuita e il sito è sempre accessibile, ma va trattato come un luogo abbandonato: niente fontane, niente ristori, scarpe serie e occhi aperti. Per me è una Genova fuori rotta, perfetta per chi cerca un panorama ruvido e una storia militare senza fronzoli.

Cenni storici

L’idea nasce nel 1747, durante la guerra di successione austriaca, quando Genova teme l’esercito austro-piemontese. Il 27 agosto l’ingegnere Jacque de Sicre annuncia l’avvio dei lavori sul crinale, ma fondi e progetto si bloccano presto. Nel 1800, con l’assedio di Genova, il generale Andrea Massena ordina il ripristino: secondo la tradizione il forte viene tirato su in tre giorni e tre notti con botti riempite di terra e muri a secco. Nel 1809 arrivano bastione in pietra e caserma a due piani. Dopo l’annessione al Regno di Sardegna viene armato con due cannoni da 16 e tre obici lunghi. Poi il declino: scarsa utilità nel 1830, tentativo mazziniano nel 1857, “poco valore” nel 1875. In guerra il piano superiore è demolito per la contraerea; oggi restano mura e ricovero per greggi.

  • 1747: progetto di Jacque de Sicre
  • 1800: ricostruzione con Massena
  • 1809: ampliamento napoleonico
  • 1814-15: Regno di Sardegna
  • 1830-1875: giudizi negativi
  • 1914: concesso a privati
  • WWII: contraerea e abbandono

Dentro il rudere: ponte levatoio e caserma

L’ingresso principale guardava la Val Bisagno ed era protetto da un ponte levatoio oggi irriconoscibile, sormontato da uno stemma sabaudo. Nell’androne c’erano i locali del corpo di guardia; una scalinata portava al piazzale interno, dove si affacciava la caserma su due piani. Oggi si legge soprattutto il perimetro del piano terra, riempito di terra e detriti, mentre la casamatta a un piano conserva una copertura a volta. Il progetto di de Sicre prevedeva una pianta quadrata con opera a corno e semi baluardi pentagonali, ma il crinale stretto costrinse a contrarre la forma e a rendere irregolari i baluardi anteriori. La superficie è di circa 3.000 mq. Non aspettatevi stanze visitabili: è un rudere, e va letto camminandoci intorno. Proprio questa incompletezza racconta meglio di un museo la fretta militare e gli aggiustamenti sul terreno.

Il Biscione ai piedi del forte

Sotto Forte Quezzi c’è un altro pezzo di storia, molto novecentesco: il quartiere INA-Casa noto come Biscione. Progettato da Luigi Carlo Daneri con Eugenio Fuselli, fu realizzato tra il 1956 e il 1968 e doveva ospitare circa 4.500 abitanti in 880 alloggi. I cinque corpi curvilinei seguono il versante; il blocco A, il più lungo, supera i 500 metri e al terzo piano ha una strada interna che funziona come promenade architecturale. Il grande loggiato comune è uno dei belvedere più stranianti di Genova: città e mare da una parte, il rudere militare dall’altra. Non tutti amano questo fuori scala, e capisco le critiche alla densità; però il dialogo tra architettura razionalista e mura settecentesche è unico. Passando da Quezzi o dal Biscione, alzate gli occhi: il forte sembra vegliare sul quartiere, o forse il contrario.

Perché visitarlo

Tre motivi concreti. Primo: l’accesso è gratuito e il sito è sempre accessibile, senza visite guidate né recinzioni. Secondo: il panorama, che spazia sulla Val Bisagno, su Quezzi e Marassi e verso la collina di Staglieno; è uno dei punti in cui capisci la geografia verticale di Genova. Terzo: il contrasto con il Biscione e con la vecchia strada militare che collega altri forti, come Monteratti, Richelieu e Sperone. In più c’è la natura: l’area è Sito di Interesse Comunitario per il tarantolino, piccolo geco protetto che vive tra le murature. Non è una gita per tutti: sentiero ripido, scarpe adatte, nessuna fontana. Ma se cercate un luogo vero, trascurato e fotogenico, questo è più interessante di molte attrazioni sistemate.

Quando andare

Non sceglierei le ore centrali di una giornata calda: il forte è esposto e non offre ripari. Meglio il primo mattino, quando la luce radente fa emergere i muri dalla pineta, oppure il tardo pomeriggio, con la Val Bisagno che si scalda di colori. Una giornata asciutta e limpida è l’ideale, perché il panorama è metà della visita e con foschia si perde. Nelle giornate miti il percorso è più piacevole, ma evitate comunque il fango dopo le piogge: alcuni tratti tra terra e pietre diventano scivolosi. Nelle giornate calde portate acqua; sul crinale il vento si sente. Se potete, andateci con calma e senza l’ansia di ‘fare’ il forte: è un luogo da assorbire, non da completare. E ricordate che non ci sono punti di ristoro.

Nei dintorni

Se avete ancora gambe, la prima deviazione è la vicina Torre Quezzi: torre cilindrica in mattoni alta 17 metri, costruita dal Genio sardo tra il 1818 e il 1823 come opera avanzata, separata dal forte ma complementare. Oggi è rifugio per pecore e sito di interesse comunitario per il tarantolino, quindi va osservata con rispetto. Un’altra idea è scendere verso il Cimitero Monumentale di Staglieno, la cui collina si vede bene dalla fortificazione: il forte militarizza il paesaggio, Staglieno lo racconta in altro modo. In alternativa, seguite la vecchia strada militare verso Forte Monteratti e gli altri forti genovesi, senza aspettarvi servizi o segnaletica perfetta. Sono luoghi veri, un po’ ruvidi, che aggiungono senso alla visita. Non cercate un percorso turistico confezionato: qui il bello è la sorpresa.

Itinerari nei dintorni


💡 Forse non sapevi che…

La tradizione racconta che nel 1800 Massena fece ricostruire il forte in tre giorni e tre notti con botti riempite di terra e muretti a secco, sorprendendo il nemico. Nel 1857 alcuni seguaci di Mazzini provarono invano a occuparlo. Oggi tra le mura trova rifugio il raro tarantolino, mentre la vicina Torre Quezzi, del 1820, è diventata ricovero per greggi.